La possibilità di un’isola – di Michel Houellebecq
Rebus
Oltre duemila anni sono passati dalla fine degli ultimi, decadenti giorni della società così come noi la conosciamo. Il mondo è nettamente diviso in due tipi di individui: da una parte gli uomini, diretti discendenti di noi sapiens-sapiens, che secoli di abbrutimento, seguiti a una guerra nucleare, hanno riportato ad un livello primordiale e selvaggio; dall’altra i neo-umani, élite biologicamente modificata dai progressi fatti nel campo della genetica, che conducono un’esistenza asettica e priva di emozioni nelle case ipertecnologiche in cui abitano ed in cui si perpetuano per clonazione.
Tra questi ultimi si succedono Daniel24 e Daniel25, rispettivamente ventiquattresima e venticinquesima fedelissima riproduzione del primo Daniel, comico dei nostri tempi, tra i primi a beneficiare delle tecniche di clonazione messe a punto dalla lubrica setta degli Elohimiti. Costoro, nell’elaborare e commentare il racconto di vita stilato dal loro “originale”, riusciranno a mettere a fuoco il disagio dell’artefatta comunità neo-umana, sorprendendosi a provare un moto di nostalgia per le primeve passioni umane (l’amore, in primis), che sarà la molla per un estremo atto di ribellione.
Pretenzioso oltremisura, il romanzetto tenta di porsi come una favoletta morale a cui affidare l’ingrato compito di metterci in guardia dalle aberrazioni in cui la società contemporanea si mostra propensa a cadere, con l’abuso della manipolazione genetica nel centro del mirino. Houellebecq si/ci chiede: ok, diventeremo tutti superuomini, in grado di abolire ogni handicap esistenziale come la fame e la stanchezza, la paura ed il dolore; ma saremo ancora uomini, allora?
E però, a ben guardare, lo scenario neo-barbarico che l’autore dipinge, immaginando il naturale sbocco dell’evoluzione (o involuzione) umana nell’era post-atomica, non appare migliore di quello algido e privo di emozione che riserva ai nostri placidi discendenti-cloni. Ne risulta un senso di scoramento da “comunque vada, sarà un fallimento” che non alleggerisce l’animo del lettore, nonostante l’epilogo neo-arcadico che chiude il libro ed a cui si viene allettati, nelle intenzioni offrendosi come unica alternativa salvifica: una commistione tra la natura, questa riscoperta, e le più elevate attitudini intellettive.
In realtà, lungi dal saper portare a conversioni di tipo new-age riformata, il messaggio che promana più visibilmente è l’appello ad un carpe diem sfrenato, in cui il sesso rimane il fulcro esclusivo di ogni emozione. Eliminate questo elemento e farete dell’Uomo una sorta di gattone castrato, apparentemente sazio della propria accidiosa esistenza, più incline all’ascesi e confortevolmente scevro dalle tempeste emotive della passione: ma pur sempre un gattone castrato. Insomma, per dirla col compianto Freddy Mercury: who wants to live forever, when love must die?
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