L’ottava vibrazione - di Carlo Lucarelli
chiagia
Massaua, 1896. Nella colonia italiana si fanno i preparativi per la sciagurata avventura espansionistica che porterà alla disfatta di Adua: seimila morti, la più grande sconfitta per un esercito colonialista. Sullo sfondo si intrecciano storie di amore e di affari, ma anche omicidi presunti e potenziali.
Dispiace stroncare il libro di un autore che si stima. Ma ancora una volta Lucarelli conferma alcuni limiti nel reggere una storia articolata e così minuziosamente ambientata. Chi ne fa le spese è il lettore, che si schianta contro un inizio caotico, con molte trame che si avviano senza essere ben delineate e molti personaggi non sufficientemente approfonditi.
Lo sfondo storico (forse ispirato all’autore dallo stile Wu Ming) finisce per patire di questa confusione e anzichè essere - come avrebbe dovuto - il punto forte del romanzo, causa ulteriore appesantimento. E dire che si tratta di una storia - quella della Battaglia di Adua e del colonialismo italiano di fine Ottocento - pochissimo conosciuta e studiata. E dire che avrebbe potuto rappresentare (e qui troviamo ancora analogie con i Wu Ming) un’ottima metafora della realtà attuale.
Invece questa parte non decolla mai e trova un suo senso solo nella buona descrizione della battaglia finale. Sostengono il lettore le storie individuali, su tutte quella della liason dangerouse tra Vittorio e Cristina. Ma anche queste appaiono talvolta pretestuose alla trama (Ahmed e Gabrè) o sfociano nel nulla dopo ardite costruzioni (Flaminio e Serra).
Come se non bastasse Lucarelli fa due esperimenti arditi. Il primo è sui verbi, che in alcune parti del libro cambiano bruscamente di tempo (passando dal presente al passato o viceversa), seguendo l’andamento dell’azione. Il secondo è sull’utilizzo dei dialetti italiani e delle lingue locali, riportati con continui “testi a fronte” nei quali si specificano le particolarità della pronuncia. Esperimenti a mio parere disastrosi, specie nel secondo caso. Nei passaggi in cui troviamo le frasi nelle due versioni italiana e dialettale (”‘Coglione, muoviti’. Ma non diceva coglione. Diceva cojone.”) la tentazione di chiudere il libro è fortissima.
Insomma, amaro in bocca per un’occasione perduta.
Curiosità: il titolo fa riferimento a una poesia, che chiude il romanzo, secondo la quale il nero, colore dell’Africa, è l’ottava vibrazione dell’arcobaleno.
Notazione particolare per la copertina, molto harmony (Gli amanti dell’Africa equatoriale).
Le copertine del letto: due copertine
Genere: narrativa
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