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Letti da rifare

quattro chiacchiere tra pagine e coperte

Terra matta - di Vincenzo Rabito

Aprile 28th, 2008 by la barrocciaia

Vincenzo Rabito nasce nel 1899, in Sicilia. Alla fine degli anni ‘60, e per diversi anni, si chiude in casa e scrive su una vecchia Olivetti la sua autobiografia. Alla sua morte, avvenuta nel 1981, il figlio trova il manoscritto (oltre 1000 pagine!) in un cassetto, e lo dona a una Fondazione. Rabito è semianalfabeta, non è mai stato a scuola perchè, secondo di 7 figli e orfano di padre, dall’età di 7 anni lavora per mantenere la famiglia. L’autobiografia non a caso è scritta in modo sgrammaticato, senza alcuna idea di punteggiatura (nel libro è riportata la foto della prima pagina battuta a macchina da Rabito: nessun margine, nè laterale, nè inferiore, nè superiore, dopo ogni parola un punto e virgola). Chi ha scoperto le potenzialità di questo testo si è preoccupato di renderlo più fruibile, ma gli interventi si sono ridotti alla divisione in capitoli e alla revisione della punteggiatura. Il resto è rimasto così come Vincenzo lo ha voluto e saputo scrivere, nel tentativo di raccontare tutta la sua “maletratata e molto travagliata e molto desprezata” vita. Ne esce un affresco storico che va dalla prima guerra mondiale, al fascismo, alla seconda guerra mondiale, fino agli anni del boom economico.

Le copertine del letto: (corte?)

All’inizio la lettura non è agevole. Una volta entrata “nello stile” dell’autore, sono rimasta affascinata, commossa, colpita, divertita, e molto altro.

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Pubblicato in 5 copertine corte, narrativa |

Un commento

  1. tiziano Dice:

    Prima di affrontare il libro avevo ascoltato una lettura di alcune pagine del libro al Circolo dei Lettori, qui a Torino, dove abito.
    Poi l’ho letto, spinto da una fame non bulimica ma robusta.
    La lettura di molti camilleri mi hanno certo un po’ aiutato nel superare la fatica iniziale del personalissimo “rabitese”, davvero una neolingua.

    A distanza di oltre un anno dalla lettura mi sono rimasti affetto ed ammirazione nei confronti di Vincenzo Rabito, un “eroe” che nella mia fantasia perversa mi piace accostare a tanti piccoli eroi della vita quotidiana e della sfida intellettuale, e misconosciuti, come la mantovana Clelia Marchi di “Gnanca na busia” (altra scoperta di quel monumento impareggiabile che è l’archivio diaristico di Pieve Santo Stefano)o la torgianese Rina Gatti di “Stanza vuote” e Stanze vuote, addio” o l’altro grande eroe del mio personale Olimpo, il Domenico Scandella detto “menocchio” raccontato da Carlo Ginzburg ne “Il formaggio e i vermi”.

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