Le Benevole - di Jonathan Littell
Rebus
Le Benevole del titolo richiamano le Eumenidi, le mitiche furie greche cantate da Eschilo nell’Orestea, dedite – contrariamente alle Erinni – alla protezione di coloro che si sono macchiati anche dei crimini più efferati. E si può affermare che esse sappiano compiere al meglio tale compito, visto che a raccontare la storia è proprio il suo protagonista, uscito indenne dalla mole di atrocità commesse, della quale il lettore scoprirà in fretta l’immensità.
La trama, in breve. Maximilian Aue, anziano tedesco di madrelingua francese, è da tutti tenuto per un uomo per bene come tanti. Ha una moglie, dei figli, un’esistenza rispettabile e dirige una fabbrica di merletti nel Nord della Francia.
Dietro, a monte, nascosto da una impassibilità solo di facciata come quella, muta, dei palazzi in rovina, si cela però un inconfessabile passato di zelante ufficiale nazista. Spinto da un definitivo bisogno di catarsi, decide di raccontare la sua storia, facendolo senza alcun rimorso. Infanzia in Francia, studi di diritto e di economia politica in Germania, il giovane Maximilian è intelligente, colto e pederasta (in lui l’omosessualità si lega all’incestuoso e morboso amore per la sorella gemella; all’odio per la madre che, abbandonata dal marito, sposa un altro uomo; alla rabbia sorda, repressa e non riconosciuta nei confronti del padre, del quale non riuscirà mai a ricavare, dai rigurgiti del passato, più di un volto sbiadito e confuso). Sorpreso in un luogo compromettente, viene salvato da Thomas, un giovane SS che lo prende sino alla fine sotto la sua protezione. Dopo essere stato in Costa Azzurra, dove incontra per l’ultima volta madre e patrigno, prima di ritrovarli misteriosamente e barbaramente trucidati, passa prima a Parigi e poi sul fronte orientale. In qualità di ufficiale redige rapporti per i vertici del Reich sull’avanzare della campagna di Russia. Ferito alla testa a Stalingrado, si salva per miracolo e diventa un eroe nazionale. In seguito lavora a stretto contatto con Himmler per riorganizzare i campi di concentramento, e viene spedito a cercare in Ungheria manodopera per le industrie belliche. A Berlino si dedica alla scherma e al nuoto; assiste ai concerti diretti da Karajan e Furtwängler; ha una proto-storia sentimentale con una donna, troppo tardiva per essere salvifica. Nel frattempo, neutralizzata politicamente l’accusa di omicidio e matricidio, della quale viene sospettato dagli indomiti ispettori Clemens e Waser (nelle intenzioni, i facenti funzioni delle Erinni di cui sopra: di fatto, i personaggi meno riusciti di Littell), ritorna nella capitale e vive il crepuscolo del nazismo, fino all’incredibile e cinico epilogo.
Nel mezzo, tutto l’abominio della guerra, con il suo carico di orrori bipartisan che sono una gragnuola di pugni nello stomaco del lettore grazie alla minuziosa illustrazione fattane dall’Autore, che indugia su crani esplosi e sparse viscere sanguinolente.
A rendere il tutto ancora più indigesto, non manca l’esperienza degli amplessi omosessuali del protagonista, accuratamente descritti con dovizia di particolari.
Mettiamola così: è un libro che va letto. Non fosse altro per capire meglio quello che è stato il secondo conflitto mondiale, ponendovisi davanti in maniera finalmente obiettiva e tentare di comprendere, per una volta, come il tutto sia stato vissuto anche “dall’altra parte”; la parte dei cattivi per antonomasia, quelli che avrebbero scritto la storia se a vincere fossero state le forze dell’Asse anziché gli Alleati. E magari, con un atto di estremo coraggio, per prendere atto che, in particolari contesti altamente condizionanti, tutti potremmo diventare “volenterosi carnefici”, come già ben suggeriva Goldhagen, qualche anno fa. Il tutto, sia ben chiaro, senza alcun intento giustificatorio.
Aue demolisce definitivamente lo stereotipo del crudele nazista (che, pure, nel racconto non manca, ma resta confinato nella zona delle eccezioni e delle aberrazioni) per lasciare spazio all’asettico burocrate, quello che “non fa che eseguire gli ordini”, il leit motiv su cui si basò ogni difesa a Norimberga.
Detto questo, si consiglia la lettura a chi abbia almeno mezzo metro di pelo sullo stomaco, visto che Littell non lesina certo i particolari più crudi e ripugnanti, ammantando tutto il – lunghissimo - romanzo di un’atmosfera greve da sala di anatomopatologo.
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Pubblicato in 4 copertine corte, narrativa, noir, saggio |
Aprile 14th, 2008 alle 12:11
Il mio è un doloroso outing, ma non sono riuscita ad andare oltre la metà… scrittura pesante, pressante e opprimente oltre ogni sopportazione, senza capitoli, senza “a capo”, rarissimi dialoghi riportati con discorso diretto che alleggerisce il testo, ma non è probabilmente un testo che va alleggerito, e l’autore non ci prova nemmeno… è vero che va letto, ma io non ce l’ho fatta.
Aprile 14th, 2008 alle 12:54
Vero, il “tutto d’un fiato” di certe parti (ricordo un punto con diverse pagine fatte di un unico periodo) mette a dura prova qualsiasi lettore. E’ volutamente una danza (macabra), come ben rappresentato dall’intestazione dei (rari) capitoli (Toccata, Sarabanda, Minuetto).
Coraggio: io, per esempio, non sono mai riuscito a leggere Hosseini.
Aprile 14th, 2008 alle 13:36
Ma non ci hai mai nemmeno provato!
Aprile 14th, 2008 alle 19:57
Stai a sottilizzare, ora…
Aprile 14th, 2008 alle 20:55
…anche la recensione…lunghIIiiiiiIIIIIiiissima!
Aprile 14th, 2008 alle 21:37
Cavolo, ma sono oltre 900 pagine, ne’? Un tanto al chilo.