La donna che non poteva essere qui - Guillaume Musso
disastrology
Il mix thriller-amori da favola-surrealismo si ripropongono anche questa volta…per l’ennesima volta…e si ripropone la figura di un pediatra affermato e del suo matrimonio, finito male, col suicidio di sua moglie e un’infanzia nel Bronx, che condizionerà tutti gli avvenimenti della sua vita. Poi Juliette, una “french girl”, che accantonati i suoi sogni, decide di tornare in Francia…e una tormenta di neve che li farà incontrare…
Perchè poi quest’autore debba sempre mettere la data di scadenza alla vita di queste donne innamorate, nemmeno Grace Costello lo sa!
Lei, poliziotta morta dieci anni prima, inviata a riprendersi Juliette dopo un mancata “dipartita aerea”, ritrova sua figlia, ritrova Mark, suo fedele collega e forse anche la soluzione all’enigma della sua morte…
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Pubblicato in 3 copertine, narrativa |
Settembre 5th, 2008 alle 09:55
Sono stato a lungo in forse se leggere o meno questo romanzetto, che sospettavo non valesse il prezzo di copertina dell’edizione originale, cedendo all’impulso solo quando me ne è capitata sotto mano la versione tascabile (e ulteriormente scontata a tre euro).
Lasciato incautamente in bella vista sulla scrivania dell’ufficio dopo l’acquisto, il volumetto è stato proditoriamente carpito dalla mia collega (di fervida religione mocciana, ahilei), la stessa alla quale tempo prima avevo prestato ‘La possibilità di un’isola’ di Houellebecq, resomi dopo un giorno perché le procurava mal di testa (il nome dell’autore, ritengo), nonché tristemente nota ai più per aver espresso pubblicamente la convinzione che ‘Sperling & Kupfer’ fosse il titolo in tedesco di ‘Vaniglia e cioccolato’, di Sveva Casati Modignani.
Quando me l’ha restituito (confesso di aver temuto un dialogo del tipo: “Bello, hai anche gli altri due?” “Gli altri due cosa?” “Il seguito, no? ‘La donna che non poteva essere quo’ e ‘La donna che non poteva essere qua’!…”), si è profusa commossa in una pletora di salmodie elogiative, fulminata dalle incredibili rivelazioni che – a suo dire – costellavano il prezioso scritto, manco si trattasse de “Il profeta” di Gibran.
E lì è pericolosamente suonato il primo campanello d’allarme.
Nonostante tanta referenza negativa (un romanzo che piaccia alla mia collega non meriterebbe più di due copertine corte sulla fiducia), ho approcciato il testo con la più obiettiva disposizione d’animo, ignorando il pregiudizio che a forza tentava di insinuarsi nel mio cuore. Purtroppo, è inutile sperare nel bel tempo, quando hai il callo duole.
In effetti, anche i tre euro sborsati si sono rivelati una spesa incongrua. Lo stile è banalotto e scontato ed anche l’apprezzabile intenzione di presentare la narrazione a tempi alternati abortisce quasi subito, visto che, dopo aver inizialmente proposto la narrazione al presente con viraggio al passato, l’autore sembra “dimenticarsi” di questa primigenia impostazione, propendendo definitivamente per il racconto “a posteriori”. Sulla trama è meglio stendere un velo pietoso: c’è il trito e ritrito cliché del vedovo inconsolabile, blindato nella propria monade di dolore per la muliebre perdita; e c’è quello della ragazzina per bene dal cuore libero, che incrocerà ineluttabilmente il proprio destino con quello del suddetto, sciogliendo finalmente i ghiacci artici che ne imprigionano il muscolo cardiaco; c’è il solito gioco delle coincidenze e dei fatalismi, che creano imprevisti e possibilità più e meglio che a ‘monopoli’; c’è l’elemento soprannaturale, che dovbrebbe essere il piatto forte del menu, ma che risulta talmente mal disegnato e carico di ingenuità che più di una volta ho resistito all’impulso di sbattere il libro contro il muro e lasciarlo a giacere là, per terra; c’è la solita sparatoria, col solito salvataggio in extremis, coi soliti cattivi-che-più-cattivi-non-si-può; ci sono i colpi di scena che sarebbero tali solo se non vi fossero, rimanendo di una prevedibilità da manuale dell’apprendista scrittore. E c’è l’epilogo, che per mero sadismo non rivelerò (se lo facessi eviterei ad altri la mia stessa sventura: ma perché, se l’essenza della vita è la sofferenza?), ma che da solo merita il raptus al quale ho finalmente ceduto: quello di scagliare il libercolo direttamente nella pattumiera. E dire che una simile catarsi non me l’ero concessa nemmeno con “Il cattivo fratello” di Koontz (che è stato così scalzato di diritto dal primo posto nella mia personalissima classifica degli illeggibili).
Una copertina (e pure corta).
Settembre 5th, 2008 alle 10:25
Che poi ho letto su “Cronaca Vera” che Max Pezzali, temendo di non venire preso sul serio come scrittore, usa uno pseudonimo..
Settembre 5th, 2008 alle 13:17
a questo punto credo di avere un angelo custode
l’altro giorno lo stavo comprando in libreria poi mi hanno chiamato e me lo sono scordato
Settembre 6th, 2008 alle 10:05
…speriamo sia finito nella raccolta differenziata
! cmq Rebus,potevi regalarlo alla collega!