La fata carabina - di Daniel Pennac
chiagia
Secondo capitolo della saga di Benjamin Malaussène e della sua strampalata famiglia nella parigina Belleville. Benjamin è sopravvissuto agli attentati nel grande magazzino nel quale prestava la sua opera di capro espiatorio (Il paradiso degli orchi) ed è ora inconscio protagonista di un incrocio pericoloso di omicidi, droga e affari.
Per Belleville si aggira un killer di anziani, per catturare il quale la polizia ha dispiegato un curioso manipolo di poliziotti. Uno dei quali però, il valoroso ma violento Vanini, viene “trasformato in fiore da una fata” (ovvero ucciso con un colpo di pistola alla testa da una vecchietta troppo svelta) in apertura di romanzo. Ma Benjamin ha altro a cui pensare.
C’è il nuovo lavoro (sì, sempre capro espiatorio) nella casa editrice della Regina Zabo. C’è un nuovo bebè in arrivo (e sarà l’esplosiva Verdun). Ci sono i vecchietti che Julia gli porta per sottrarli alla droga. E poi c’è l’angosciata preoccupazione per la stessa Julia, sparita nel nulla. Insomma, c’è abbastanza per tenere lontano Benjamin dai guai. Ma non per evitare che gli stessi guai vadano a cercarlo, circondarlo, farne l’ideale capro.
Le copertine del libro: 
Riletto quindici anni dopo questo libro mi ha lasciato a bocca aperta. Ricordavo la fantastica invenzione di Pennac, che ne ha fatto una star a livello internazionale alla perenne ricerca di ripetere la magia della Quadrilogia. Ricordavo anche i suoi meravigliosi personaggi, idealisti e sgarrupati, buonissimi e ingenui. Quello che non ricordavo è la strabravura di Pennac nel costruire questo giallo intrecciando le storie e districandole solo alla fine. Non ricordavo nemmeno il miglior personaggio di questo libro, l’ispettore Pastor con i suoi golf troppo larghi e un bagaglio di ricordi pesanti e dolorosissimi.
Non so se questo sia il miglior capitolo dei quattro, dovrò rileggerli per verificare. Di certo è un libro bellissimo e poetico, pieno di quelle immagini assolutamente pennachiane come la disperata corsa di Malaussène che ha scoperto che Julia è stata rapita.
“Ci sono quelli che vengono schiantati dal dolore. Quelli che diventano pensosi. Quelli che parlano del più e del meno sull’orlo della tomba, e continuano in macchina, del più e del meno, neanche del morto, di piccole cose domestiche, ci sono quelli che dopo si suicideranno e non glielo si legge in faccia, ci sono quelli che piangono molto e cicatrizzano in fretta; quelli che annegano nelle lacrime che versano, quelli che sono contenti, sbarazzati da qualcuno, quelli che non riescono a più a vedere il morto, tentano ma non ce la fanno, il morto ha portato con sè la propria immagine, ci sono quelli che vedono il morto ovunque, vorrebbero cancellarlo, vendono i suoi tre stracci, bruciano le sue cose, traslocano, cambiano continente, ci riprovano con un vivo, ma niente da fare, il morto è sempre lì, nel retrovisore, ci sono quelli che fanno il pic nic al cimitero e quelli che lo evitano perchè hanno una tomba scavata nella testa, ci sono quelli che non mangiano più, quelli che bevono, quelli che si domandano se il loro dolore è autentico o costruito, ci sono quelli che si ammazzano di lavoro e quelli che finalmente si prendono una vacanza, ci sono quelli che trovano la morte scandalosa e quelli che la trovano naturale con l’età-per-cui, circostanze-che-fanno-sì-che, è la guerra, è la malattia, è la moto, la macchina, l’epoca, la vita, ci sono quelli che trovano che la morte sia la vita.
E ci sono quelli che fanno una cosa qualsiasi. Che per esempio si mettono a correre, a correre come se non dovessero mai fermarsi. E’ il mio caso.”
La riga del cuscino: “bella come una bottiglia di coca cola piena di latte”
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Genere: giallo, humor, narrativa
Pubblicato in 4 copertine, narrativa, giallo, humor |
Ottobre 25th, 2007 alle 10:16
Chiagia, io e te ci siamo dati alla rilettura vedo!
Ottobre 27th, 2007 alle 14:41
Chiagino, mi hai fatto venir voglia di rileggerlo per la terza (o sarà la quarta?) volta.