Angeli e demoni - di Dan Brown
Rebus
Ho approcciato un po’ di malavoglia l’opera prima di Dan Brown, persuaso com’ero che si trattasse della prima bozza di quello che, riveduto e corretto, sarebbe diventato il successo planetario de “Il Codice Da Vinci”: ma, devo ammettere, la previsione si è dimostrata azzeccata solo a metà.In effetti, lo schema narrativo è identico a quello del “Codice”. Variata la location (Roma e Città del Vaticano), ci sono tutti gli elementi colà già visti: c’è il cadavere denudato che apre il romanzo e introduce il lettore agli inquietanti scenari che si delineano all’orizzonte; c’è la minaccia di una fantomatica setta (gli Illuminati) ed il braccio armato di questa (il tipizzatissimo sicario esaltato); c’è l’ente ecclesiastico di turno, chiazzato di luci ed ombre, con i suoi altrettanto sfocati affiliati; c’è la “femme fatale” energica e volitiva, orbata negli affetti più cari e pertanto fortemente motivata all’azione; c’è la caccia al tesoro enigmistica - con i minuti contati in stile “Die Hard”- per le caotiche vie capitoline (e ammazza, aho’: certo che Roma deve aver fatto un effettaccio, sul povero Dan, a leggere certi commenti tutt’altro che lusinghieri…)
C’è, soprattutto, il candido e claustrofobico (ma intuitivo come nessuno al mondo) Prof. Langdon, qui alla sua prima avventura, col suo affezionato orologio da polso di Topolino che scandirà il fibrillante conto alla rovescia prima dell’incombente disastro finale.
Insomma, la solita pappardella, si sarebbe tentati di opinare.
E però, così come in pasticceria si riescono a preparare deliziose variazioni sul tema con gli stessi ingredienti, anche qui il risultato si dimostra godibile. I colpi di scena si rincorrono a spron battente e poco o nulla riesce prevedibile al lettore che pur volesse cimentarsi nella masochistica attività di precorrere i tempi della narrazione. Ciò accade soprattutto nel finale, quando sembrerebbe tutto scontato ed acclarato ed invece…
Le elucubrazioni paranoidi di cui Brown si rivela capace riescono a carpire continuamente l’attenzione, grazie all’incredibile capacità di rivestire di collegamenti reconditi le altrimenti innocue vestigia romane, trovando il modo - se si eccettua qualche forzatura per far quadrare il cerchio - di creare le corrispondenze simboliche nei luoghi più insospettabili dell’Urbe, nello stile appassionante del “Codice”. E’ coadiuvato in ciò dai continui sconfinamenti nella storia dell’arte, da cui attinge a piene mani per descrivere minuziosamente chiese, monumenti e fontane la cui (vera) storia non è meno affascinante di quella fantastica che vi fa da cornice.
Tanto puntiglioso nella cura dei particolari logistici, l’autore scivola talvolta su qualche dettaglio di tipo formale, come nella non sempre precisa descrizione dei protocolli vaticani (un papa che si firma posponendo a “Sua santità” il proprio nome di battesimo invece dell’appellativo pontificio??? Naaaaa!). Ma sono peccatucci veniali, che non incidono sulla valutazione complessiva del racconto, per me anche superiore al suo più celebrato omologo parigino.
Una necessaria menzione meritano i bellissimi ambigrammi (parole elaborate graficamente per poter essere lette anche in sensi diversi dal classico “sinistra-destra”) utilizzati nel racconto, opera di un geniale artista inglese il cui nome è John… Langdon!
No, non è un caso: Brown è rimasto tanto fulminato dalla bravura di questi che ha deciso di ricompensarlo (oltre che, è auspicabile, in moneta avente corso legale) battezzando il proprio personaggio con il suo cognome.
E io, che invece lo credevo il frutto di un perfido spostamento di consonante con cui Brown, nello stile enigmistico a lui tanto caro, avesse inteso suggerire che il tanto geniale Langdon fosse, in fondo, solo un enorme t.d.c….
Pubblicato in 4 copertine, giallo |
Gennaio 3rd, 2008 alle 11:25
Sono pienamente d’accordo con la recensione; mi sono avvicinato al libro con lo stesso atteggiamento mentale di sufficienza e… mi sono piacevolmente ricreduto. Il libro scorre rapido e avvincente, pur nelle - tante - iperboli presenti; il “coupe de theatre” finale, poi, può giustamente rappresentare l’intera storia.
Una curiosità: è talmente ben ambientato, che a Roma - per un periodo - un tour operator proponeva un giro turistico dei luoghi del libro! Proprio come a Parigi per il “Codice”!