Manituana - dei Wu Ming
Rebus
Manituana: ovvero, quello che avreste dovuto sapere sui retroscena del 4 luglio statunitense ma non avete mai avuto il coraggio (o l’urgenza) di chiedere.
Wu Ming strikes again: e, questa volta, a colpi di tomahawk.
Siamo nel 1775. La pacifica convivenza tra le tribù autoctone d’America, già minata dal conflitto anglo-francese di alcuni decenni prima, ha appena trovato faticosa ricomposizione grazie allo sforzo congiunto di uomini illuminati e trasversali (oggi li diremmo “bipartisan”) della tempra del capo indiano Hendrick e di Sir William Johnson “Warraghiyagey” (“conduce grandi affari”), commissario per gli affari indiani delle colonie.
In questo contesto si innesta la narrazione, che ci porterà ad assistere, nel volgere di appena un lustro, allo smantellamento del delicato equilibrio così ricreato, causa i moti indipendentisti che presto si traducono nello scontro vieppiù cruento e totalizzante tra le fazioni secessioniste e le milizie di Re Giorgio.
Attraverso gli occhi della meticcia prole che quel Sir William aveva generato con la prodigiosa squaw Molly, assistiamo alla disgregazione del mondo dei nativi d’America, qui finalmente inquadrato dalla parte giusta di un obiettivo che, faziosamente ribaltato per troppo tempo, lo ha mostrato atavicamente distante ed incomprensibile, e ne ha giustificato per decenni la pressoché totale cancellazione.
Come in ogni romanzo storico che si rispetti, il destino dei singoli si diluirà nel volgere di più macroscopici eventi, tra cui la lotta fratricida che, falcidiando la “Lunga Casa” degli indigeni, divisi tra lealisti e ribelli, finirà per fare il gioco dei coloni opportunisti. E la fine è nota.
Le copertine del letto: 
Ben ricreate le atmosfere dell’epoca, rese anche grazie alla cruda descrizione delle efferate ritorsioni indiane (ho contato un paio di scuoiamenti “a vivo”, oltre ad innumerevoli scotennamenti) ed al minuzioso dettaglio della decadente società londinese, per certi aspetti non meno barbara, quanto ai suoi riti, di quella pellerossa.
Ho trovato un po’ farraginoso l’avvio, per la riscontrata difficoltà di collocare sistematicamente i tanti personaggi sparati subito e contemporaneamente, come una rosa di pallini da un archibugio (peraltro, quasi tutti muniti di doppia denominazione anglo/indiana, a rendere più arduo l’orientamento). Poi, però, il romanzo prende il volo come il picchio-proiezione astrale di Molly e ci porta a volteggiare su epiche battaglie alla “ombre rosse” e a solcare quell’oceano che unisce e, contemporaneamente, divide i due mondi, il Nuovo ed il Vecchio, così distanti eppure così simbiotici. E legati da un cordone ombelicale destinato, in quanto tale, ad essere reciso.
In definitiva, la sensazione è che non si sia proprio sui livelli dell’ancora blissettiano “Q”, ma lo scarto è minimo.
Una segnalazione a parte merita la trovata, esilarante, di narrare con lessico da teppa le “gesta” degli improbabili, quanto turpi, Mohock londinesi (quasi un prodromo di quegli indiani metropolitani che avrebbero colorito molto tempo dopo la fauna urbana delle grandi città occidentali).
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genere: narrativa storica
Pubblicato in 4 copertine, narrativa |
Luglio 28th, 2007 alle 07:35
Una nota sul confronto con Q e 54. In questo romanzo il rapporto fra contesto storico e personaggi è a favore del primo. Le vicende sembrano inesorabili, destinate a schiacciare tutto e tutti. Brant, carismatico ma poco saggio, appare invischiato in un vortiche di cui non ha assolutamente il controllo. Nei precedenti romanzi l’equilibrio era migliore, e quindi erano più coinvolgenti.
Luglio 29th, 2007 alle 18:04
“54″ non l’avevo menzionato perché lo ritengo più un divertissement. Le tinte assumono i toni da commedia americana (non è un caso che Cary Grant sia tra i personaggi, in un contesto che potrebbe essere stata la sceneggiatura di uno dei suoi film). La trama mira volutamente al grottesco, a partire dagli arditi accostamenti anagrafici (Robespierre… Capponi???!!!). E la vicenda più epica la vive tutta quel povero televisore…
Agosto 14th, 2007 alle 15:26
Confermo la valutazione… io avevo pensato 4 corte, specie se confrontato a quel Q che sfiora o merita le 5.
Manituana paga - come giustamente detto - un avvio lento. E soprattutto non appena i lettori cominciano a prenderci gusto vengono proiettati a Londra per una seconda parte molto interessante dal punto storico ma vagamente fuorviante per la storia.
Queste due pecche vengono però spazzate via da una terza parte davvero favolosa. Quando la guerra si fa dura Wu Ming dà il meglio (come già in Q) e il turbine delle ultime 200 pagine vale davvero le quattro copertine.
Quanto alla storia.. ancora una volta il collettivo prende a pretesto vicende reali e poco conosciute per costruire metafore dell’oggi. In Q si parlava dell’ingerenza della Chiesa nell’opera di repulisti degli ideali (ma anche della fragilità degli stessi). E qui si parla dell’incapacità dell’uomo di vivere in pace, incapacità che prescinde dalla collocazione storico-geografica.
Gli indiani (diversi da quelli di Tex Willer) stanno con un piede nei sogni magici e l’altro nei barili di rum da mendicare ai bianchi, vicinissimi alla definitiva sconfitta, capaci di impennate di lealtà verso la Corona Inglese (e chi se lo aspettava?!) o di miserevoli tradimenti.
Un mondo poco noto, disegnato con la consueta perfezione dal collettivo (sul sito www.manituana.com le testimonianze storiche, le musiche e moltissimo altro materiale).
Ultima nota per un personaggio indimenticabile: Philip Lacroix, il Grande Diavolo. Le pagine in cui si incrocia con la piccola Esther sono davvero le più belle del libro.