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Letti da rifare

quattro chiacchiere tra pagine e coperte

Il Gattopardo - di Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Aprile 27th, 2007 by Rebus

Sono consapevole sino alla cima dei miei radi capelli che scrivere del Gattopardo è come recensire la Bibbia, I promessi sposi o Le avventure di Pinocchio. Fiumi di parole hanno già accompagnato l’uscita (postuma) di quello che viene considerato uno dei più pregevoli “spaccati d’epoca” mai descritti, più volte oggetto di pubblicazione, traduzioni e trasposizioni cinematografiche (memorabile rimane quella di Luchino Visconti, con un impareggiabile Burt Lancaster nei basettoni di don Fabrizio Corbera, Principe di Casa Salina). Ciononostante, pur non privo di un certo imbarazzo (legato più che altro al mio tardo approccio all’opera), mi cimento nella chiosa.La trama è arcinota. Sono gli anni cruciali del Risorgimento. L’unità d’Italia è cosa fatta, nonostante i vani rigurgiti reazionari che, ancora per poco, infiammeranno la Penisola. Lo sbarco di Garibaldi a Marsala suggella la fine della decadente aristocrazia siciliana, di cui è eminente esponente don Fabrizio, autorevole e colto notabile locale. Questi assiste, con malinconica rassegnazione, allo sgretolamento del proprio mondo in favore del nuovo ceto egemone, la buzzurra borghesia, che ai suoi occhi prende le sembianze dell’arricchito ex intendente Sedara e dei suoi pretenziosi, quanto mal tagliati, abiti da cerimonia. Il passaggio di testimone tra le due classi sociali è sancito dall’unione tra i rispettivi rampolli: il fascinoso Tancredi, nipote di don Fabrizio ed ultimo portatore del sangue blu dei Salina, e la bella Angelica, fiore tra le ortiche della plebea casa Sedara.

Da sempre si identifica il Gattopardo con l’inclinazione immobilistica di certa mentalità, non prettamente isolana. “Gattopardiano” si dice di un evento che, apparentemente rimestando il rimestabile, mira segretamente a non modificare lo stato fondamentale delle cose. Tutta colpa di Tancredi, che giustifica con lo “zione” il proprio appoggio alle camicie rosse di Garibaldi adducendo l’opportunità di manovrare dall’interno il processo rinnovatore, affinché “tutto cambi senza che cambi nulla” (nota, nel partenopeo, come “ammuìna”).

In realtà, il senso imperante dell’opera è quello della morte, che già viene evocata all’inizio del romanzo (“Nunc et in hora mortis nostrae. Amen”). Essa esala dal tessuto in decomposizione della decadente società aristocratica, in cui è penetrata senza preavviso (forse portata dal soldato venuto a morire coi visceri di fuori ai piedi di un albero di limoni della patrizia residenza dei Salina); occhieggia dalle colline dell’agro palermitano per tutto il tempo della lettura, come uno dei temuti briganti di strada sempre in agguato nelle arrischiate notti di baldoria di don Fabrizio; si rivela iconograficamente nel quadro in cui questi, durante il gran ballo, intravede profeticamente quello che sarà il proprio capezzale; accompagna il lettore sino al liberatorio volo nella spazzatura di Bendicò, il fedele alano del principe che la figlia di questi, Concetta, si ostina a tenere impagliato nella propria stanza di “signorina” ancora mezzo secolo dopo la dipartita del povero animale, costringendolo a sopravvivere a se stesso proprio come l’aristocrazia di cui ella è l’ultima, pervicace rappresentante.

In fondo, questo senso di morte imperante, è il giusto preludio a quella che diventerà, col tempo, la trista sinfonia di lupare a cui ci ha abituati la cronaca nera degli ammazzati per mafia, che in quella nuova classe dirigente di maneggioni saprà trovare i suoi uomini più spregiudicati. Da questo punto di vista, il Gattopardo è più attuale che mai.

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Genere: narrativa, classici

Pubblicato in 4 copertine, narrativa |

2 Commenti

  1. letneo Dice:

    uno dei miei libri preferiti in assoluto
    “they are coming to teach us good manners, but they won’t suceed, because we are gods”

  2. la bardassa Dice:

    E’ uno dei libri preferiti anche per me. E proprio per questo, avrei dato un’altra mezza copertina. Se la merita.

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