L’ombra del vento - di Carlos Ruiz Zafòn
Rebus
Curioso, come certe opere nascano, rimangano in stand-by per anni e poi, improvvisamente, esplodano alla fama planetaria, quasi si trattasse di precisi meccanismi ad orologeria.
Questo racconto era uscito nelle librerie sin dal 2001, ma, pur trattandosi di una notevole ed appassionante storia, sembrava destinato a rimanere misconosciuto al grande pubblico: proprio come il romanzo del fantomatico scrittore Juliàn Carax, che dà il titolo a quello di Zafòn, il cui ritrovamento è il perno della trama. Ma andiamo per ordine. Il romanzo storico, categoria da me prediletta sin da quando (e nonostante) alla scuola media mi imbattei nei Promessi Sposi, si arricchisce qui di un più che valido contributo. Che la Storia - quella con la esse maiuscola - sia frattale e ciclica, è concetto ormai pacificamente condiviso, almeno in letteratura. Così, in una Barcellona appena consacrata all’arte da Gaudì e subito sconsacrata dal furore della guerra civile del ‘36, che porterà Franco al potere, si consumano privatissimi momenti di poesia e dramma.
Anni dopo, il giovane Daniel ritrova in una biblioteca, tra migliaia di libri dimenticati, proprio quello che forse sarebbe stato meglio lasciare a riposare nella polvere dei decenni. L’appassionante trama dello scritto, insieme agli inquietanti eventi che ne ornano la storia (tutti i libri di Carax sono andati distrutti in poco fortuiti incendi), fa sì che il ragazzino decida di mettersi sulle tracce dell’autore. Ne avrà dovizia di avventure, sventure, amori e dolori, in una girandola di inquietanti similitudini con l’oggetto della sua ricerca.
Le copertine del letto:
(corte)
Zafòn resiste alla tentazione di sovraccaricare i caratteri dei personaggi, che risultano sempre ben dosati, sebbene alcuni di essi, a tratti, rasentino pericolosamente il caricaturale (il malefico ispettore Fumero sembra uscito da un racconto di Stephen King; Fermìn, con quel nasone e la prorompente ironia che si ritrova, ricorda a volte uno dei fratelli Marx; c’è poi il misterioso Coubert, che strizza l’occhio - e non si sa come, visto che gli mancano le palpebre - al fantasma dell’opera).
Anche se l’ho trovata un po’ un fuilletton, la trama scivola via abbastanza scorrevolmente, prendendo un’accelerata soprattutto intorno a pagina 300, quando cominciano finalmente ad annodarsi i fili pendenti e il lettore può raccapezzarsi un po’ di più tra i macchinosi colpi di scena disseminati ad arte. Non mancano passaggi di puro lirismo, che Zafòn sa incastonare qua e là, quando meno te li aspetti. Ho trovato solo un po’ cinematografico e scontato l’epilogo (che, ovviamente, non rivelo), forse nella segreta speranza di una rapida traduzione per il grande schermo. In tal caso, bene il potteriano Radcliffe nei panni dell’omonimo Daniel e benissimo Jean Reno nei panni di Fermìn (ma anche in quelli di Fumero, perché no?). Però, per piacere, a nessuno venga in mente di inserire nel cast Tom Hanks!
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Genere: Giallo
Pubblicato in 3 copertine corte, narrativa, giallo |
Marzo 26th, 2007 alle 14:54
concordo con l’ottima recensione dell’ottimo reb!
storia avvincente, “americanata” sul finale, peccato.
mi pregio di dire di averlo letto praticamente quando è uscito, ossia 3 o 4 annetti fa.
Agosto 7th, 2007 alle 17:40
L’ho letto circa un annetto fà, scorre via che è un piacere specie nella seconda parte. Bello!