Una vita da lettore - di Nick Hornby
Rebus
La domanda è: si potrà mai recensire un libro di recensioni? E se sì, di quanta presunzione avrà bisogno il malcapitato recensore di recensori (urca, sembra una macchietta di Guzzanti…), ove si riscontri l’assoluta inadeguatezza culturale del primo di fronte ai secondi?
Prendiamola larga. Non conoscevo Nick Hornby. Certo, non ignoravo i titoli dei suoi libri, da topo di libreria qual sono: ma, di mio, non sarei mai arrivato a una cassa della Feltrinelli con uno di essi in mano. Ci voleva Cinzia, a iniziarmi allo stile scanzonato e informale del Nostro. Chi è, Cinzia? Sarebbe lungo, da spiegare. A volte è la mia consulente esistenziale; a volte, il mio grillo parlante personale; altre volte, come in questo caso, semplicemente il mio pusher letterario. Oh! Ma poi, che ne pensate di farvi un po’ gli affari vostri???
Ecco: per capire il tipo di scrittore di cui parlo, una chiosa come l’ultimo periodo prima dell’”a capo”, qui sopra, potrebbe ben venir fuori dalla sua penna. Hornby è capace di parlarti di Salinger e di Vonnegut usando lo stesso tono colloquiale con cui ci aggiorna sul calciomercato dell’Arsenal, squadra di cui è dichiaratamente un fan sfegatato (il suo primo romanzo, “Febbre a 90°”, è tutto sull’argomento). E’ in grado di allettarti alla lettura di classici come Voltaire e Dickens, analizzandone le opere senza la pedanteria dei saggisti (categoria di cui, a un certo punto, si fa pubblicamente beffe). Ti spiazza, recensendo, nel giro di qualche pagina, una fiaba per bambini e l’orrorifica biografia dei Motley Crue.
Non mancano, di straforo, notizie circa la sua vita privata, come, per esempio, il fatto che Hornby abbia un figlio autistico e che suo cognato sia lo scrittore Robert Harris (si prescinde, qui, da qualsiasi tentazione di parificare le due fatalità).
E’ poi assolutamente irresistibile quando si sofferma sull’indirizzo editoriale del “Believer” (il periodico per il quale Hornby cura la mensile rubrica di critica letteraria, di cui “Una vita da lettore” è la summa), ironicamente dipinto come la massima espressione di buonismo in campo recensorio: per cui, è assolutamente vietata qualsiasi glossa negativa delle opere commentate, pena l’ira funesta dei fantomatici “Polysillabic Spree”, lo pseudo-consiglio di amministrazione del giornale, costituito da ieratici giovanotti di bianco vestiti, il cui numero Hornby fa continuamente variare (di fatto, nonostante l’invocato modello Mollichiano, più volte il sassolino viene cavato dalla scarpa).
Le copertine del letto:
(corte)
In definitiva, da un libro che, per il suo contenuto, poteva benissimo godere del peso specifico del piombo, è scaturita una lettura scorrevole e appassionante. La tentazione di saltare a pie’ pari alla fine del capitolo l’ho subita solo in un paio di occasioni, entrambe ascrivibili più alla mia scarsa propensione all’approfondimento del tema trattato (leggi: ignoranza) che ai demeriti narrativi dell’autore.
E ritorniamo al quesito iniziale (non si scappa): si potrà mai recensire un libro di recensioni? La risposta, ovviamente, è no: motivo per cui non aspettatevi, da parte mia, una parola di più sull’argomento.
(Tutt’al più, due: leggetelo! Merita!)
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Genere: narrativa
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