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Letti da rifare

quattro chiacchiere tra pagine e coperte

Molto forte, incredibilmente vicino - di Jonathan Safran Foer

Gennaio 26th, 2007 by la barrocciaia

L’unica parola che mi viene in mente alla fine di questo libro, ma non so se rende quello che vorrei dire, è supercazzola. Vediamo se mi spiego meglio: il romanzo è corale, comprende tante storie (il bambino che ha perso il padre nell’attentato alle torri gemelle, il padre che a sua volta non ha mai conosciuto suo padre, la nonna che scrive al nipote), tutte legate da un solo filo conduttore. La perdita. Il sentirsi “le scarpe pesanti” (traduzione dell’espressione americana “avere il cuore nelle scarpe”, credo, usata per dire che si è incredibilmente tristi). Oskar ha 12 anni e la testa piena di invenzioni: immagina di costruire una camicia fatta di becchime, per poter essere sollevato dagli uccelli e portato a spasso nel cielo, immagina un tubo collegato ad ogni cuscino per raccogliere le lacrime dei newyorkesi tristi e farle confluire, nella notte, in un lago, in base al cui livello si capisca quanta sofferenza c’è in città quel giorno. Immagina tante cose, ma più di tutto cerca di immaginarsi come è morto suo padre, nel giorno dell’attentato alle torri. Si è buttato? E’ morto sotto le macerie? Nell’incendio? E frugando tra le sue cose, trova una chiave, e parte alla ricerca della serratura che apre. Intorno a lui, la nonna, mamma di suo padre, che ha perso la famiglia nel bombardamento di Dresda ed è stata lasciata dal marito quando ha scoperto di essere incinta. E il nonno, appunto, tornato a casa dopo aver scoperto che suo figlio è morto.

Le copertine del letto: corte

Ogni tanto giri la pagina e trovi una foto, o un disegno. L’utilizzo delle immagini è geniale all’inizio, ma alla lunga appesantisce un pò una lettura di per sè già complicata. Alcune parti, specialmente quando Oskar parla del padre, sono di una bellezza veramente struggente, ma secondo me sono affossate tra i cartelli del nonno muto, i ricordi della nonna, le interferenze dell’undici settembre. Alla fine arrivi stravolto, ingarbugliato, toccato da una storia che, per rimanerti dentro, deve essere sbucciata come una mela.

Le righe del cuscino: “Le dissi: voglio dirti una cosa. Rispose: puoi dirmela domani. Non le avevo mai detto quanto le volevo bene. Era mia sorella. Dormivamo nello stesso letto. Non era mai il momento giusto per dirlo. Non era mai necessario. Pensai di svegliarla. Ma non era necessario. Ci sarebbero state altre notti. E come fai a dire ti voglio bene a una persona a cui vuoi bene? Mi voltai su un fianco e mi addormentai vicino a lei. Ecco il senso di tutto quello che ho cercato di dirti, Oskar. E’ sempre necessario. Ti voglio bene, La nonna.”

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Genere: narrativa innovativa di scrittore brillante ma tendente al saporoso

Pubblicato in 3 copertine corte, narrativa |

9 Commenti

  1. letneo Dice:

    “narrativa innovativa di scrittore brillante ma tendente al saporoso”, non è un genere, è una dichiarazione di guerra, tipo la “guerra termonucleare globale” di wargamesiana memoria…

  2. la barrocciaia Dice:

    facciamo che lo leggi, e dopo mi dici se è o non è la sintesi perfetta! :-)

  3. letneo Dice:

    lo è, la mia è fiducia cieca, a prescindere

  4. la bardassa Dice:

    A dire la verità, all’inizio il protagonista non è proprio un novello Totò. Anzi… Poi il racconto ti avvince e scorre via (nonostante il mutismo del nonno e la logorrea della nonna) soprattutto per la voglia di star dietro alla storia-avventura di Oskar. Spesso emozionante, a volte divertente. Il mio personaggio preferito è il signor Black dell’appartamento 6A.

  5. chiagia Dice:

    Mai così in disaccordo con la barrocciaia. Per me è un capolavoro, cinque copertine secche. L’incrocio delle storie (New York, Dresda, Hiroshima) è fondamentale per la storia, così come i cartelli del nonno e le foto. E’ il libro che mi ha fatto stare peggio tra tutti quelli che ho letto (è un pregio), spesso dovevo chiuderlo perchè non reggevo una riga in più. Oskar Schell è genio allo stato puro, lo conosci, soffri con lui. Jonathan Safran Foer mescola Vonnegut, Auster e il meglio della letteratura americana innovando (è un pregio). Personalmente il libro ha toccato delle corde vicinissime a me, mi ha fatto rivivere lo stordimento che ho provato l’11 settembre e l’incapacità di guardare le immagini degli uomini che saltano dalle Torri, mi ha fatto bruciare la mancanza di mio papà. Ora un po’ di respiro e poi leggerò “Ogni cosa è illuminata”.

    “Quella sera, a letto, ho inventato uno scarico speciale da mettere sotto tutti i cuscini di New York, collegato al laghetto del Central Park. Ogni volta che qualcuno si addormentava piangendo, tutte le lacrime sarebbero finite nello stesso posto e poi al mattino al bollettino meteo avrebbero detto se il livello delle acque del Laghetto delle Lacrime era salito o sceso, così la gente poteva sapere se le scarpe di New York erano pesanti. E quando succedeva qualcosa di veramente terribile – tipo una bomba atomica, o almeno un attacco con armi biologiche – avrebbero suonato una sirena fortissima per dire a tutti di andare nel Central Park e mettere dei sacchi di sabbia attorno al laghetto”

  6. la barrocciaia Dice:

    Rimango della mia idea. Alcune parti favolose, altre troppo. Troppo tutto.

  7. Rebus Dice:

    Originale, senz’altro: alcune trovate hanno un che di genialoide. Ma il mix che Foer ci propone (o propina), immedesimandosi ora nel Vonnegut del Mattatoio, ora nell’Haddon dello Strano caso del cane ucciso a mezzanotte, diventa un cocktail un po’ difficile da digerire.
    Mi sembra, peraltro, che il ragazzo abbia tutte le carte in tavola per diventare (un giorno) un grande della letteratura mondiale.

  8. la barrocciaia Dice:

    ..firulì..

  9. letneo Dice:

    dico … l’avete letto tutti …

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